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La cultura è un ordine costruito dall'uomo e in continuo divenire, non un sangue o un'anima immutabili. Prendiamo il cibo: peperoncino e pomodoro sono arrivati sulle tavole di molte regioni solo dopo gli scambi globali dell'età moderna; allo stesso modo le tradizioni militari e sociali si sono continuamente ricomposte attraverso commerci, conquiste, migrazioni e diffusione di tecnologie. La cosiddetta «tradizione pura e immutata» è dunque spesso il risultato di una ricostruzione a posteriori: ignora i contatti esterni del passato e nasconde la storia stessa dei mutamenti della cultura. Un giudizio più ragionevole dovrebbe tener conto sia della continuità sia del cambiamento, invece di considerare l'aspetto di un singolo momento come essenza eterna.
Per valutare questa affermazione servono due tipi di materiali e di precisazioni. Sul piano delle prove: si possono esaminare l'espansione di lungo periodo di commerci, imperi, religioni, monete e reti di immaginario condiviso, per vedere se hanno coinvolto più comunità in una stessa rete di interazione, riducendo così il numero di mondi umani reciprocamente indipendenti. Sul piano dei limiti: attorno al 1450 coesistevano ancora diversi grandi mondi umani — il mondo cristiano europeo, il mondo islamico, la Cina e l'Asia orientale, l'India e l'Asia meridionale, le civiltà americane — e i contatti tra regioni restavano limitati; inoltre, la fusione non equivale a omogeneizzazione, né a progresso morale o a un aumento della felicità individuale. La conclusione va formulata come un giudizio di tendenza macro, statistico e non predittivo, non come l'asserzione che «il mondo è ormai un tutt'uno»; quanto al fatto che questa tendenza sia auspicabile, si tratta di una questione normativa discutibile, che richiede di esporre posizioni e argomenti diversi, senza offrire un'unica conclusione.
«La storia ha una direzione?» è la domanda generale per comprendere i mutamenti umani di lungo periodo. Harari ci ricorda che qui la «direzione» non è un disegno provvidenziale, né un progresso inevitabile, né tanto meno un unico punto d'arrivo, ma indica, nel lungo periodo,una tendenza macro osservabile.
Perciò non ci chiediamo «dove è destinata ad andare la storia», ma «nei millenni di cui abbiamo testimonianza, il modo in cui le comunità umane si organizzano mostra una direzione riconoscibile».
Una tendenza osservabile è questa: i mondi umani indipendenti o semi-indipendenti sono passati da un numero elevato a uno ridotto. Dopo la rivoluzione agricola attorno al 10000 a.C., sulla Terra erano sparsi migliaia di piccoli mondi culturali; attorno al 1450 d.C. si erano ridotti a pochi grandi mondi civilizzatori; in epoca contemporanea si è formato un sistema globale fortemente interconnesso, lungo una traiettoria di «dopo lunga divisione, inevitabile unione».
Ma attorno al 1450 non esisteva «un solo mondo». All'epoca coesistevano almeno il mondo cristiano europeo, il mondo islamico, la Cina e l'Asia orientale, l'India e l'Asia meridionale, le civiltà americane, e i contatti tra regioni restavano limitati. Le navigazioni oceaniche dopo il 1492 e, in seguito, la rivoluzione industriale accelerarono ulteriormente questa confluenza. A trascinare questi mondi in una rete più ampia furono commercio, moneta, religione e imperi: quelli che vengono chiamatiordini immaginati: essi permettono a estranei che non si conoscono di cooperare su larga scala sotto uno stesso insieme di convinzioni condivise.
Perché questa tendenza sia possibile, occorre che la cultura non sia un sangue o un'anima immutabili, ma un ordine costruito dall'uomo e in continuo divenire: la cosiddettacultura puraè in realtà un mito. I contatti esterni (commercio, conquiste, migrazioni, malattie, tecnologia) e le contraddizioni interne spingono insieme alla ricomposizione della cultura.
Le contraddizioni interne sono particolarmente decisive: la cultura contiene spesso valori che non possono essere soddisfatti contemporaneamente, generando dissonanza cognitiva e tensioni politiche. L'ideale cavalleresco medievale, che esaltava l'onore, la violenza e la lealtà gerarchica, entrava in conflitto con le concezioni cristiane di pace, carità e guerra giusta; queste contraddizioni si manifestano nelle crociate, nelle riforme della Chiesa, nella letteratura cavalleresca e nella competizione per il potere regio. La tensione moderna tra libertà e uguaglianza si esprime invece nel dibattito politico tra libertà di mercato, diritti individuali da un lato e redistribuzione e diritti sociali dall'altro.
Infine, ricordiamo i limiti della direzione: la tendenza alla fusione non equivale a omogeneizzazione, né a progresso morale o a un aumento della felicità individuale. Essa è macro, statistica e non predittiva; la storia concreta resta plasmata da caso, potere e scelte.
